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“Tra amore e ironia seguendo l’istinto. Ecco il ritratto di Giulio Ghirardi”. Intervista di Maria Teresa Secondi all’autore del libro “Amore e ironia” («Il Gazzettino», venerdì 5 dicembre 2008)
“Amore e ironia è il titolo dell’opera e l’ironia, o meglio, ancor più l’autoironia, vi alberga come un Leitmotiv, come un filo sottile: nascosta dietro un sorriso o uno sguardo, una parola o un gesto”. E’ quanto racconta Edoardo Pittalis, vicedirettore de «Il Gazzettino», presentando l’ultimo libro di Giulio Ghirardi all’ateneo Veneto “Amore e Ironia” (Gangemi Editore 2008, 12 euro). E Paolo Leoncini (Università di Ca’ Foscari) nell’introdurlo, ha detto: «Il presente volume costituisce un nuovo contributo alla già densa sequenza di pubblicazioni di questo eccentrico e difficilmente codificabile scrittore veneziano…». Ma poniamo alcune domande a Giulio Ghirardi stesso, intellettuale veneziano, critico d’arte, poeta e scrittore. Quale il suo rapporto con la scrittura? Cos’è il libro? Quale la genesi di questo testo così ricco di suggestioni? “Girovago della mente” ha scritto Renato Minore, “girovago della scrittura” ha detto Pittalis, si ritrova in queste definizioni? Come esce dalla gabbia della sua timidezza? Quali cambiamenti nella scrittura lungo gli anni e le esperienze? Quale il suo rapporto con la scrittura? «E’ un rapporto affettuoso e conflittuale. L’ironia mi assiste e mi aiuta a superare i complessi e gli ostacoli psicologici. Sono uno scrittore molto veloce. Se la scrittura è interrotta da una telefonata, gradita o sgradita, non mi è difficile riprendere il discorso lasciato sul tavolino». Cos’è il libro? «Rispondo con una frase estrapolata da una segnalazione di VeNews: “Amore e Ironia è una raccolta di racconti dedicata ai rapporti tra ironia e sentimento amoroso, in un ventaglio di molteplici sfumature. Emozioni senili, erotismo elegante e sottile, musica, arte, insicurezza, dubbi e bellezza sono gli ingredienti di questo splendido nuovo lavoro dell’autore veneziano”. Gli aggettivi forse sono troppo generosi ma mi consolano perché sono uno scrittore molto severo con me stesso e ogni volta che rileggo un mio libro, anche recente, vengo assalito da una tempesta di scrupoli e di rimorsi». Quale la genesi di questo testo ricco di suggestioni? «Come già detto, sono uno scrittore veloce e devoto alla casualità. Il libro è stato scritto tra il dicembre 2007 e il febbraio del 2008 mentre correggevo le bozze de “La panchina dei poeti”. Il progetto segue un sottile filo conduttore legato a circostanze narrative che rispecchiano il mio desiderio di fantasticare, di trasfigurare fatti, momenti, incontri e personaggi». “Girovago della mente” ha scritto Renato Minore, “girovago della scrittura” ha detto Pittalis, si ritrova in queste definizioni? «La prima frase risale a Carlo della Corte, quando recensì “Anime di confine” e fu ripresa in varie circostanze da Renato Minore. Più che una frase, è un ritratto nel quale mi riconosco, nel bene e nel male. Perché mi piace sconfinare e aprire parentesi di lunghezza quasi bettiniana. La seconda frase evidenzia il mio piacere di afrontare tanti generi e tanti argomenti rinnovando il linguaggio ma non venendo mai meno alla fisionomia del linguaggio». Come esce dalla gabbia della sua timidezza? «Sono timido nella vita, un po’ meno nella scrittura. Anzi tanti lettori, anche autorevoli, dicono che sono coraggioso e sferzante nelle mie riflessioni o in quelle ascritte ai personaggi. Quindi in me si realizza il classico e ripetuto contrasto tra la vita reale e la vita travasata nei libri». Quali cambiamenti nella scrittura lungo gli anni e le esperienze? «Come già riportato da Lei, sono scrittore, poeta e saggista e pubblico da circa quarant’anni. Il mio linguaggio si è personalizzato soprattutto a partire da “Addio Novecento” e si è rinnovato con una certa evidenza nelle ultime raccolte narrative e poetiche. Tante delle quali attendono di essere pubblicate. La poesia, come la musica e la pittura, è la sorgente e la foce delle mie numerose avventure letterarie».
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