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Dalla presentazione condotta da Edoardo Pittalis, Vice Direttore de "Il Gazzettino" al volume "La panchina dei poeti. (L'illusione di dialogare)" di Giulio Ghirardi (Ateneo Veneto - 9 aprile 2008)
La panchina dei poeti (L'illusione di dialogare) Gangemi Editore, introdotto da un testo di Renato Minore è il nuovo libro di Giulio Ghirardi, , "girovago della mente", come lo ha definito Carlo della Corte, ma anche girovago della scrittura poiché capace di attraversare la prosa, la poesia, la narrativa, la saggistica, la critica d'arte con la sicurezza e al contempo la levità che appartengono solo all' intellettuale di talento. Deve essere il momento delle panchine in letteratura e al cinema. In "Caos calmo" Nanni Moretti siede su una panchina e da lì vede il mondo alla sua maniera. Questa è la panchina dei poeti, è stata rimossa, era stata profanata "i giovani non rispettano i luoghi dell'anima". Un libro che, non è la prima volta per Ghirardi, si propone come un insieme di frammenti, una sorta di intrigante mosaico dalle mille piastrelle che l'autore organizza, compone e scompone con maestria dando vita ad una storia che non è frammentaria. E' la storia di uno spirito inquieto e schivo, sicuro e timoroso, ombroso ma desideroso di luce. Il lettore non deve lasciarsi ingannare, se frettolosamente sfoglia il libro, da questi periodi che appaiono spezzati, sospesi da quei tre puntini che a volte chiudono, a volte aprono ma non impediscono che il pensiero, la meditazione dell'autore trascorra senza soluzione di continuità dalla prima all'ultima pagina.
Perché quel sottotitolo "l'illusione di dialogare"? perchè non la certezza per uno scrittore così facondo qual è Ghirardi? La risposta la si può forse trovare tra le pieghe dei suoi libri, tra le parole che abilmente muove come i fili di mille pensieri che si intrecciano, si urtano, si mescolano in gioco di mimetizzazione senza mai confondersi, senza mai smarrirsi. Parole, pensieri, riflessioni che appaiono isolate ma isolate non sono, come cavalieri che "errano", vagano e sbagliano, ma giungono alla meta guidati da una mano sapiente, quella dell'autore, che tutto regola e dirige verso un traguardo stabilito fin dall'inizio. Quelle pieghe, quelle parole, disegnano un'anima mai soddisfatta che lotta tra il desiderio di comunicare e il timore o meglio la difficoltà di spezzare quel guscio, quella timidezza, quella ritrosia che, inevitabilmente la portano a ripiegarsi su se stessa. Anni fa, a chi gli chiedeva se fosse cambiato o se fosse ancora timido, Ghiradi rispondeva : "Allora ero celibe... Ora ho moglie e famiglia... ma l'età non ha sconfitto questo piccolo male incurabile. Al quale reagisco con la terapia meno scomoda, almeno per me: la scrittura,l'illusione di esprimere la mia irrinunciabile libertà di pensiero…"
La famiglia e la scrittura, come sollievo, quasi antidoto ad una naturale ritrosia che a volte opprime come una prigione ma della quale, a volte, lo scrittore pare compiacersi e di cui non può fare a meno. Come il viaggiatore in "Elzeviri per Margherita", alter ego dell'autore, talmente schivo e introverso da sembrare scorbutico. E' vero che Giulio Ghirardi ci appare come un intellettuale anomalo, per i tempi in cui viviamo, non cerca la facile notorietà, non vuole apparire "a tutti i costi" in un'epoca in cui l'apparenza sembra elemento vitale per "essere". Conserva quasi una nicchia culturale dalla quale non vuole essere stanato, come se gli dispiaccia diventare se non famoso almeno conosciuto. Si è costruito una campana di vetro fatta di ironia che lo protegge non solo dalle incursioni dei critici. Non frequenta affollati e chiassosi circoli letterari o sgomita alla caccia di un qualsivoglia premio letterario, timido, quasi "rassegnato al rumore come al silenzio di chi non si degna di giudicare..". "Quasi romito, e strano al mio loco natio…" direbbe Leopardi e sembra che il nostro autore sia in fondo ben consapevole che alcuni aspetti del suo carattere lo avvicinano più a certi poeti che ai tanti scrittori contemporanei che per una stagione scalano le vette delle classifiche per poi cadere nell'oblio che non lascia traccia. "La confraternita dei poeti non mi stima, non mi capisce…."
Ma, nonostante questo "La scrittura ci aiuta a ritrovare a noi stessi .La scrittura è un dialogo con gli sconosciuti..." La scrittura sempre e indispensabile quasi a vincere "la paura di vivere e quella di morire che convivono nell' uomo timido"
La scrittura quasi filo di Arianna da riavvolgere quando la vita con la sua quotidianità e la sua frenesia, la folla e la solitudine ci travolgono, ci fanno smarrire rendendo ancora più urgente la ricerca del nostro io. Ghirardi è timido anche nell'offrirsi ai lettori, ma non è pessimista. In ogni suo lavoro mostra di prediligere l'attesa e ne fa partecipe il lettore.
La panchina dei poeti fin dalle prime pagine mi è apparso come un diario dell'anima, un percorso interiore, vengono in mente alcune pagine di Petrarca, anche quando il Poeta della panchina lascia che la Poetessa lo accusi di essere.
Un uomo triste, un uomo che è nato vecchio, un uomo che si trova a suo agio nella vecchiaia, perché non ha vissuto altre stagioni, perché le emozioni, espresse nei versi, sono oggetti spaiati, staccati dalla vita, come gambi di fiori virtuali". In un'altra pagina descrive le rose, poi conclude: le rose appassiscono. E' un gioco di specchi, è una partita a scacchi con un solo giocatore quella che si svolge sulla panchina dei poeti. Un gioco, un dialogo, un soliloquio a due voci? L'ossimoro è d'obbligo quando si affronta l'opera di Ghirardi. Sembra quasi di vedere il Poeta spostarsi da una parte all'altra della panchina per diventare ora l'uno, ora l'altra pur restando sempre se stesso , quasi protetto dalla malinconia, da quella malattia dell'anima, l'accidia, che pare accompagnarlo come un'amica fedele. L'uomo e il poeta; ma chi è il Poeta? Un puntino nero, un insetto in mezzo a una folla disperata e fuggiasca…" E la case dei poeti "le case dei poeti…cimiteri di libri e di nostalgie rilegate" Il dialogo si svolge in novembre, il mese dei morti e delle nebbie. "le case dei poeti…cimiteri di libri e di nostalgie rilegate" Il dialogo si svolge in novembre, il mese dei morti e delle nebbie. "le case dei poeti…cimiteri di libri e di nostalgie rilegate" Il dialogo si svolge in novembre, il mese dei morti e delle nebbie: "fa freddo nel tuo paese. L'aria è umida, marcia, impregnata di smog. E' il paese più triste del mondo, è lo scenario più consono al tuo carattere". E Venezia, città dell'amore per antonomasia, , "la città che affonda con un sorriso" come l'ha definita la Yourcenar, diventa la città dell'addio autunnale. Venezia c'è sempre, è immancabile nelle pagine di Ghirardi: fragile, sorridente, ora cattiva, ora impagabile. Una Venezia non coreografica, mai calligrafica, una Venezia dell'anima tanto che nelle parole del poeta ognuno può ritrovare l'immagine personale della città. Sulla panchina ora deserta cala il sipario della nebbia. L'autunno del poeta lascia il posto alla primavera di poeti più giovani. Una panchina "democratica" "di tutti e di nessuno come la fantasia".
Il distacco tra i due sembra un allontanamento definitivo nell'anima più che nelle parole segnato anche dall'uso di una lingua diversa, "Arrivederci" , "aurevoir, mon pauvre ami" Nel libro non cessa mai di indagare il "mistero" che pare insondabile, quello che lo accompagna da sempre, il contrasto che avverte profondo tra la spinta a restare in disparte e il desiderio di aprirsi e di essere riconosciuto poeta. Voglia e paura di essere trasparente, quasi invisibile a sé e agli altri. Timore di non esistere come poeta.
".. non sapevo che tu scrivessi…per caso il vincitore è un tuo omonimo?" Una volta ha scritto "si preparano dediche per una sala vuota". La paura, la vecchia paura di non essere capito. Timore di non essere all'altezza e insieme impossibilità di tacere, di chiudere la sua personale finestra di voce che con forza si spalanca aprendosi agli altri, quasi a gridare sommessamente (ritorna l'ossimoro) la propria esistenza di poeta. Ghirardi che evoca puntualmente la sua vena poetica, ma ha timore che non tutti colgano i versi per quelli che sono, perché non tutti "li ascoltano con gli stessi strumenti" ha scritto in "Finestre di voci". E c'è il suono e l'immagine, l'orchestra e il cuore. Le immagini si fanno suono e i suoni si fanno immagine Scrivere per Ghirardi è VIVERE , è VINCERE.
"...la depressione un uragano, un tornado, un drago che inghiotte le idee e stritola la memoria.." E ancora la voglia di allontanarsi, di chiudersi nel suo isolamento che rappresenta la personale stanza nella quale sentirsi protetto, il rifugio, il ventre materno per proteggersi ma anche per scavare in totale solitudine nel profondo del proprio animo, combattuto tra desiderio di infrangere il bozzolo e il compiacimento della propria alterità. Ma questo non deve far pensare ad un autore incapace di sorriso e di divertimento ma soprattutto di ironia. Quel che stupisce è proprio l'abilità di alternare, non di rado filtrare, con disinvoltura e leggerezza la meditazione , la riflessione "alta", "impegnativa" e il tono scherzoso, "frivolo" , disinvoltamente sornione. Nella Panchina dei poeti fa capolino uno spirito giocoso, fanciullesco, quasi a riequilibrare la profondità di alcune affermazioni: "…ogni tanto è lecito scendere dal piedistallo e ritornare monelli per qualche riga…" "chi mira al successo muore depresso", "chi ama il successo fa la fine del fesso" Citazioni incise sulla panchina? La volontà di trasformare il dialogo fra i due poeti in un gioco, una "tenzone" burlesca tra i due?
Leggete a pag.117 Curiosità telefoniche L'attualità delle telefonate dei call center che spesso , talvolta con insistenza, interrompono il ritmo della nostra giornata per offrirci mille cose, mobili, nuovi gestori telefonici oppure ci propongono, come in questo caso , un'intervista. Osservate, o meglio, ascoltate quanta ironia travolge il sondaggista, presumibilmente giovane e sprovveduto che forse avrebbe preferito che il telefono squillasse a vuoto… Venezia, città di atmosfere di colori sfumati, ben si presta ad offrire a Ghirardi i suoi spazi, i suoi silenzi, il profilo del suo campanile , profilo di sogni e di malinconie; è compagna e amica, presenza costante di sogni e realtà. E' il luogo del presente e la memoria del passato che si intrecciano , Venezia e l'Oriente, il minareto e il campanile di san Marco. Ghirardi è stato definito poeta degli spazi ma, come Renato Minore sottolinea nell'introduzione, non solo. Sono spazi che l'autore riempie di ricordi di viaggi, di incontri , di profumi esotici, di una radio che suona, dei rumori di una guerra finita eppure ancora viva e presente nella memoria, del tempo che scorre come la sabbia della clessidra. Il viaggio è una delle "cifre" del nostro autore. Il viaggio , concreto, reale, quello che fa scoprire e conoscere le città, i monumenti, gli incontri sulla nave (Yourcenair) ma anche il viaggio come metafora della vita, viaggio dell'anima e nell'anima, alla continua ricerca, in uno scavo incessante. Ma scoprire se stessi, conoscere e riconoscersi sono le chiavi per dialogare con il mondo, intrecciare rapporti fra gli uomini, vivere la quotidianità e osservare il proprio tempo con occhi curiosi e attenti, come appunto avviene nel caso del nostro autore. Il suo essere schivo, timido, il suo desiderio di mimetizzarsi non lo rinchiudono in un bozzolo ma al più in una campana di vetro che , pur offrendo rifugio, prima di tutto è trasparente e ce lo fa vedere e poi non è abbastanza spessa per non far passare i suoni. Anzi: ci fa arrivare il suono della sua poesia. Ed un'altra volta Ghirardi gioca la fase dell'attesa che per lui è vita, è possibilità di continuare a raccontare. L'illusione di dialogare si è risolta in certezza di trovare interlocutori. Nessuno rimuoverà la panchina, ci sono altre pagine pronte. Forse è un caso, ma l'ultima parola del libro è già piena di quello che c'era e di quello che verrà. L'ultima parola è "memoria" . Un buon inizio non vi pare?
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