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Roberto Benigni - Testimonianza sul Teatro Tenda, lettera a Carlo Molfese
Caro Carlo, quando tu fai un progetto, uno spettacolo, un qualcosa, esordisci sempre dicendo «speriamo che il Padreterno mi dia la forza». In questo libro il Padreterno è l’editore: La Padre Eterno Edizioni…ma se non dà la forza a te, dopo che il Padreterno ti ha messo su il Teatro Tenda e poi te l’ha buttato giù quando ha voluto lui…! Io allora pensai, ecco questo è un segno del Signore che ha detto: “ Carlo hai fatto le cose più belle del mondo, adesso ti devi riposare”. è come se il signor Padreterno dicesse “Voi dovrete soffrire in futuro, quindi per farvi stare meglio adesso, visto che so che dovrete soffrire, vi mando Carlo Molfese, che vi può aiutare a stare meglio”. Guardi, mi verrebbe da darLe del lei signor Molfese, perché lei signor Molfese è stato uno dei primi, a proposito di primezze, anche a comprendere che dentro queste quattro ossa c’era una luce, diciamo una piccola luce di talento, se qualcuno la volesse vedere. Vi era un desiderio, una grande passione per il teatro e le rappresentazioni, e quelle quattro serate furono importanti per me. Devo premettere ai lettori del libro, che all’epoca ero sì conosciuto, ma non nel senso in cui potevo permettermi di avere un credito tale, per un teatro di quelle dimensioni. Carlo Molfese, invece, immediatamente si mise insieme a me – diciamo, a tirarci i guanciali, i cuscini, come due bambinetti – mi dette quattro serate, e vista l’affluenza, di cui io stesso rimasi stupito ed emozionatissimo, diventarono innumerevoli serate. Ognuno sicuramente tende a raccontare di sè e dei propri trionfi, ma io desidero parlare di questa esperienza anche perché vi è un dolore dentro tutte queste avventure teatrali. Un grande dolore, perché nulla si fa senza il dolore, senza la sofferenza e senza la fatica, e quelle serate al Teatro Tenda per me sono state anche un alternarsi di tutte queste emozioni. Indimenticabili. Mio padre, una volta mi disse: “ Ragazzo, cerca di fare delle cose belle nella vita, perché quando si invecchia rimangono solo ricordi. Cerca di averli belli”. Poi mi ricordo il grande privilegio che fu stare in quel teatro, perché era nato qualcosa di veramente unico, un qualcosa che non si è mai più ripetuto. Prima di tutto, fu un punto di riferimento per tutte le persone che avevano leggerezza e pesantezza, perché in quel teatro vi si poteva trovare sia argomenti pesanti, parlo della pesantezza, sia le leggerezze, e parlo della leggerezza dell’arte. Io andavo a quel teatro; non solo vi andavo come attore, ma andavo a vedere, cosa che non mi è mai più capitato con nessun altro teatro. Si erano create quelle strane cose, ma proprio della fisica ingegneristica, che sono dentro ad ognuno di noi, ma a tal punto che bisognava passarci per forza da quella piazza, il fatto che andavi lì, e senza sapere potevi trovarci Dario Fo, potevi trovarci Gino Paoli, Carmelo Bene, quante volte l’ho visto, potevi trovarci Proietti. Addirittura la prima volta, quando sono venuto lì a recitare, mi sono stupito di vedere lì in sala la sera Fellini, una sera c’era Umberto Eco, una sera Monica Vitti, Monicelli e Gianni Agnelli, quello praticamente era il parlamento d’Italia: si poteva discutere proprio della finanziaria! E quando ricapita di vedere oggi in teatro tutta quella gente? Devo dire che era proprio una pasticceria il tuo teatro, dove si facevano dei bignè, ma così belli! Ero proprio come un bambino che ha voglia di entrare lì dentro, io passavo di lì con la macchina e mi fermavo e avevo voglia di entrare dentro, cioè avevo proprio voglia di qualcosa di buono, lì c’era proprio una manifattura, una pasticceria delle cose belle. E quella è la pasticceria Molfese. Vi entravi: pasticceria Molfese e si sentiva l’odore; sai, quello dei cornetti di prima mattina, è un odore buono, c’era qualcosa di buono là dentro, si muoveva un bel vento. E come posso non ricordare Vincenzo Ratti? L’incontro tra me e te l’ha voluto lui, tant’è vero che quando ho fatto la tournée di nuovo nel ‘96, quasi vent’anni dopo, lui ha copiato, ha ripreso l’idea, ha voluto ricreare, e abbiamo ricreato la tenda a piazzale Clodio, che aveva una portata sui tremila posti, le dimensioni del Teatro Tenda, infatti dicevamo: “Dove andiamo senza Molfese? Purtroppo non c’è più la tenda a piazza Mancini, non c’è più la pasticceria Molfese, dove andiamo?”, e quindi l’abbiamo ricostruito un pochino. Vincenzo Ratti lo voleva fortissimamente, infatti, è stato proprio lui a pensare questa cosa. Emozioni forti, come i dolori forti fanno male, così le bellezze fanno male, come gli orrori. Certe volte bisogna difendersi, siamo vulnerabili, e io quelle emozioni al Tenda non le ho cancellate, proprio perché è stato il mio primo impatto popolare con il teatro vero, e dove ho sperimentato sistematicamente l’improvvisazione (cosa che non ho mai più fatto successivamente). Per preparare una buona improvvisazione a me ci vuole un mese, e ricordo che una sera Veltroni, il quale mi ricorda al Teatro Tenda, mi disse, come tanti fan del Teatro: “Quando rifarai un’improvvisazione come quelle del Teatro Tenda?”. Mi ricordo bene quel periodo, dove accadeva che dal pubblico mi lanciassero un argomento del tipo: “mia cognata a Viterbo”, oppure “la zia che ha perso l’asciugamano” e io facevo una mezz’ora su questa cognata o sulla zia, quaranta minuti di sciocchezze improvvisate. Sinceramente non ricordo di aver più fatto in altri periodi della mia vita artistica qualcosa si simile. Un’altra cosa che ricordo con molto affetto è l’incontro con Massimo Troisi. Abbiamo visto così tanti spettacoli insieme, ma la cosa più bella era il dopo spettacolo. Quando tutti andavano via, rimanevamo davanti al Teatro Tenda chiuso, seduti, a parlare fino alle tre di notte. Anche una cena con te, Massimo e i tuoi bambini mi ricordo fu molto affettuosa. Casa tua per me era sempre il Teatro Tenda. Dalla pasticceria Molfese passavamo al ristorante Molfese, dove abbiamo buttato i semi del nostro film Non ci resta che piangere. Quello che continuo a ripetere è la situazione irripetibile di quei luoghi, non solo fisici, ma proprio dell’anima della gente, che fanno diventare viva una città, una comunità, e la fanno andare avanti e fanno del bene. è stata un’esperienza rara, tanto più che non si è più ripetuta. Ci sono sicuramente altri teatri che potrei citare, ma non hanno quella grandezza timida, quella timidezza grandissima che aveva il Teatro Tenda… le immagini, i colori erano proprio un regalo che ci era stato fatto. Mi è veramente mancato il Teatro Tenda. è stato un miracolo, quel miracolo che solo tu hai saputo fare. Veniva naturale andare al TeatroTenda, al teatro di Molfese. Chi veniva a Roma andava lì per forza, era l’unico luogo in cui ci si sentiva veramente bene, in quel teatro vi era qualcosa che non si è ripetuto più. Mi ricordo che delle volte gli spettacoli andavano avanti per due ore e mezzo, due ore e quaranta, erano delle cose straordinarie. Erano sicuramente faticosi. Però proprio la fatica, il sudore erano la parte più bella.
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